La malattia e la morte

La malattia e la morte

Laudato si’, mi Signore, per sora nostra morte corporale.1

San Francesco nella sua preghiera, dopo aver lodato Dio per il Sole, la Luna e le stelle, il vento, l’acqua, il fuoco e la Terra stessa, quindi tutta l’esistenza, lo ringrazia per sorella morte. Queste parole incidono profondamente quella patina di senso comune e pudicizia, che lasciamo aderire alla nostra coscienza2. Un po’ da fastidio sentir parlare della morte con senso di gratitudine, anche a chi della morte fa un evento assolutamente naturale e scontato. Ma le parole del Santo non vogliono essere una mera provocazione, al contrario, l’intenzione è proprio quella di rendere grazie e lodare Dio, per aver incluso nella vita la sua “altra” parte. Questo è comprendere, poi, che la nascita non è mero inizio e la morte non è mera fine, ma che nel loro giostrare si equivalgono.

Molto prima di San Francesco sono stati tanti quelli che hanno visto nella morte il compiersi in pienezza, non solo del volere, ma anche della stessa natura Divina, o più laicamente, l’eterno rifondersi e mutare delle cose.

Come un’enorme fonderia.

Maestro Lai cadde malato, e giacque ansimando come se stesse per morire. La moglie e i figli lo circondarono piangendo per lui. Maestro Lì passò a chiedere notizie.

«Sciò! Via!» disse. «Non disturbatelo mentre si trasforma».

Si appoggiò alla porta di Lai e conversò con lui.

«Splendido! Ecco il processo che ci plasma e ci trasforma! In cosa starà per tramutarti? In quale direzione si spingerà avvalendosi di te? Ti trasformerà in un fegato di topo? O in una gamba di mosca?».

«Un bimbo che abbia padre e madre e che vada a est o a ovest, a nord o a sud, deve soltanto obbedire ai loro comandi; per l’uomo Yin e Yang sono più che padre e madre. Qualcosa di diverso da me si avvicina, e io muoio. Se mi rifiutassi di porgere ascolto, assumerei un atteggiamento di sfida, e come potrei biasimarlo? Il più grosso dei blocchi di terra mi ha gravato con un corpo, mi ha fatto penare nel corso dell’esistenza, mi ha agevolato nell’età avanzata, e mi dona il riposo con la morte. Proprio perché ho gradito il vivere trovo ora gradevole il morire. Se oggi un mastro spadaio stesse fondendo il metallo e questo saltasse su dicendo: «Insisto per diventare una Excalibur», lo spadaio penserebbe di certo a un sortilegio. Se ora, essendomi una volta capitato di assumere la forma di un uomo, dicessi «Sarò un uomo, null’altro che un uomo», colui che ci plasma e trasforma mi reputerebbe di certo un funesto esemplare di uomo. Se penso una volta per tutte all’Universo come a una enorme fonderia, e al Creatore delle Cose come al fabbro, per quale ragione, dovunque io vada a finire, dovrei sollevare obbiezioni? Cadrò in un sonno profondo e mi sveglierò rinfrancato».3

Nel taoismo antico, ancor prima che assumesse la fisionomia istituzionalizzata della religione, si doveva percepire il respiro fresco di meravigliose intuizioni. Mi sento molto ispirato e riappacificato con la vita quando leggo e studio lo Zhuangzi. Pur non ripudiando nulla delle mie radici cristiano-cattoliche e notando le evidenti divergenze tra la “parola rivelata” e il pensiero del saggio cinese, non posso che inebriarmi della stupenda intelligenza “dell’uomo naturale”. Senza dare un nome a quel Creatore di cui si parla nel Zhuangzi, lo si sente come una presenza viva nella realtà; si prende coscienza del fatto che il nostro esistere non è solo l’accendersi e dileguarsi di una scintilla nel braciere dell’esistenza, ma un continuo trasformarsi e rifondersi con la totalità e ciò non è meno vero del credere nella vita eterna.

 

Quello che noi chiamiamo marcire, è il riadattarsi della materia che si rifonde con l’esistere di tutte le altre cose. Il processo di cambiamento, con i suoi odori, colori, sapori, è ritenuto dagli uomini sgradevole e contaminante, ma solo perché gli uomini hanno perso il ricordo della loro vita primitiva. All’albore dell’umanità infatti, quando la coscienza era ancora un tenue barlume, non esisteva contaminazione alcuna.

Certo, per quel che concerne noi stessi, è doloroso sentire il proprio corpo venire meno nella la sua forza vitale e quando ci si sente preda di un destino ingiusto, si può perdere anche la speranza, ma nonostante tutto alla fine ritorneremo di nuovo uno. Allora, solo una pace infinita.

Nel momento in cui la morte è vicina, in cui predominano tristezza e sofferenza, ci possono essere ancora vita, gioia, moti dell’animo di una profondità e di un’intensiotà talvolta mai vissute prima.4

Come il mutare delle stagioni.

Sfoglio lo Zhuangzi e rileggo una delle pagine più intense e vere del libro: narra di quando la moglie di Zhuangzi morì e Hui Shi (amico del saggio) andò a fargli visita per le condoglianze. Quando egli vide Zhuangzi rimase sbalordito nel vederlo seduto a terra con le gambe divaricate, mentre accompagnandosi con un bacile per tamburo, cantava. Hui Shi lo redarguì, dicendo che il suo atteggiamento era disdicevole e che invece di cantare avrebbe dovuto versare calde lacrime per la morte dell’amata moglie, ma Zhuangzi lo contrariò dicendo:

Non è così. Pensi forse che, al momento della sua morte, io sia stato capace di non sentirne la perdita? Scrutai tuttavia nei suoi inizi, fino a prima che vi fosse una vita. Non solo non c’era vita; ci fu anche un tempo in cui non c’era ancora forma. Non solo non cera forma; vi fu anche un tempo in cui non cera ancora il qi. Nel rimescolarsi dell’amorfo, qualcosa si alterò, e si ebbe il qi; a seguito di un’alterazione del qi si ebbe la forma; a seguito di un’alterazione della forma si ebbe la vita. A seguito di un’ulteriore alterazione si è ora passati alla morte. È come andare di pari passo con primavera e autunno, inverno ed estate, nell’alternarsi delle quattro stagioni. Quando qualcuno stava per adagiarsi e dormire nella più grande delle dimore, nel mio singhiozzare io non sapevo fare di meglio che piangere. Poi mi sovvenne che stavo mostrando di non comprendere il destino, e smisi quindi di lamentarmi.5

Il pianto è decisamente innato nell’uomo e quando è causato da una sofferenza autentica è spontaneo e perciò scevro dalle solite costrizioni dell’io. Piangere è lecito ma se dura il tempo di comprenderne l’origine e il fine; oltre vorrebbe dire letteralmente piangersi addosso, commiserarsi, o peggio non riconoscere la natura delle cose e ciò è anticipare il tempo del dolore e della morte. Maturare e divenire adulti è anche scoprirsi parte della natura e dei suoi mutamenti.

Il richiamo continuo di tutti i saggi del passato, del presente e del futuro è lo stesso: «ridestiamoci ad una visione del vivere più grande e reale di quella piccola e ottusa dell’individualismo egocentrico». Avere paura va bene e piangere va bene, ma non permettiamo che rallentino o fermino la vita nella sua processione verso l’origine.

Essere parziali nei confronti degli uccelli.

Quando Zhuangzi era in punto di morte, i suoi discepoli cominciarono a fare i progetti per un magnifico funerale. Ma egli disse:

«Avrò il cielo e la terra come bara; il Sole e la Luna saranno monili di giada appesi al mio fianco; i pianeti e le costellazioni brilleranno come tanti gioielli intorno a me e tutte le creature parteciperanno alla mia veglia funebre. Che altro posso desiderare? Ho già pensato a tutto!»

Ma essi obbiettarono:

«Abbiamo paura che corvi e nibbi divoreranno i resti del nostro maestro».

Così commentò Zhuangzi:

«Be’, sopra la terra mi mangeranno i corvi e i nibbi, sotto le formiche e i vermi. In entrambi i casi verrò mangiato. Perché essere parziali nei confronti degli uccelli?»6

Zhuangzi e San Francesco, lontani per data di nascita di più di millecinquecento anni, sono vicini, anzi vicinissimi nel loro trascorre gli ultimi momenti di vita. Entrambi manifestano una grande serenità e lucidità, sicuramente causate dalla loro profonda realizzazione esistenziale, resa forte dalla fede.

Forse dire questo non rende giustizia alla sofferenza che interviene nella maggior parte degli uomini, al tramonto del loro esistere; forse questa serenità può apparire quasi artificiosa, ma in realtà è visibile anche in molte persone che non hanno realizzato quella saggezza e santità. Essi guardano la loro morte ma non ne vengono stravolti; la morte non li possiede, né li libera, ma solo rende la vita al cosmo dal quale la vita stessa emerse. Non cercano di trascendere la morte, né di accettarla fatalmente, al contrario la vivono proprio come un altro momento del loro esistere, fosse anche l’ultimo.

La morte non è semplicemente speculare alla vita e non è solamente la controparte della nascita; invero la morte, più che il compimento della vita, è il suo alternarsi e l’assumere di volta in volta nuove forme e contenuti. L’immagine che il saggio vuole trasmettere al termine di quel processo, che gli ha consentito di riconoscersi come “Uomo”, è quella magnifica icona di cui ho parlato in precedenza (vedi parte seconda cap.IV “Oltre le porte del tempio”): il non fare discriminazioni tra vermi di sotto e corvi di sopra, è la partecipazione massima al banchetto della vita; è il commensale che innalza il calice al convivio cosmico e brinda per il perpetuarsi di nuova vita7.

Detto ciò vi sono però tante persone che sembrano non poter godere di questo convivio; vi partecipano, ma solo per pochi istanti, oppure, per la durata del pasto, non assaggiano che poche briciole. Questo è alle volte colpa degli uomini, quegli stessi che sembrano pigliare più degli altri, senza dare nulla in cambio che quelle poche briciole. Molto più di frequente però, non vi è spiegazione per questa apparente ingiustizia; è un mistero imperscrutabile, quello che fa del mondo un tale insieme di contrasti. Anche il dire semplicemente che così vanno le cose, non basta a trattenere lo sconcerto.

1 San Francesco, Cantico di frate Sole.

2 «Ma da quella misteriosa, gioiosa, e superbamente completa vita che è chiamata Morte… che sembra una specie di sorgente, uno sbocciare da questa terra; da questa idea può venire un’ispirazione così vasta, che con esultazione, senza esitare, io mi getto su di essa; e, guardate, in un solo istante, mi ritrovo con le braccia colme di fiori». Citazione da “Gordon Craig, The Art of the Theatre” come in “Ānanda K. Coomaraswamy, Buddha e la dottrina del buddhismo”. Luni Editrice pag.179.

3 Zhuangzi cap. VI.

4 Marie De HennezelLa morte amica”. Ed. BUR pag.16.

5 Zhuangzi cap. XVIII.

6 Zhuangzi cap. XXXII.

7 Nel “Ārya Śūra, Jātakamālā”, La ghirlanda delle nascite, è riportata la vicenda di un Re illuminato che decise di darsi in pasto a degli spiriti demoniaci nell’intento di convertire i loro cuori: “Chi mosso dall’amore per la legge o dalla compassione fa dono del suo caro corpo per il bene degli altri, ricrea anche i cuori più bruciati dal fuoco dell’odio, che, per la prima volta, conoscono l’oro della serenità e di una pia disposizione di spirito.